Augusto Romano

Essere figli d’arte, e reggere il confronto, non è da tutti.

Essere figli d’arte, e reggere il confronto, non è da tutti. Anzi, il luogo comune è piuttosto spietato: una generazione crea, l’altra distrugge. Ma la controprova esiste: Augusto Romano, quarantunenne bocconiano figlio di Cosimo, inventore nel ’94 del marchio “Meltin’pot” (nato dalla spinta propulsiva di un’attività commerciale iniziata nel 1967). Un passaggio di testimone indolore, per l’azienda di Matino, con pronostico capovolto: una generazione crea, l’altra innova e fortifica. E si attrezza per affrontare mercati sempre più competitivi.

Cominciamo da “Klsh”, ultima creatura MP: perché questo “conflitto” – questo è il significato della parola inglese – e che ruolo riveste, dal punto di vista del prodotto, questa nuova sfida nella vostra azienda?
“Klsh” è un nuovo progetto, un annuncio del jeans che verrà. La sintesi di due concetti opposti, “basic” e “fashion”: due cose che non potrebbero stare insieme, ma il risultato è interessante. Sempre di jeans a cinque tasche si tratta, ma costruiti in maniera particolare e trattati anche in maniera nuova. Jeans insomma molto attuali, che possono andar bene anche per una serata elegante, fatti con cotone riciclato e raso di denim giapponese. Davvero molto inconsueti”.

“Klsh”, “per promuovere un modello di consumo attento alla manifattura e alla rintracciabilità del prodotto”, si legge su Wikipedia. Possiamo spiegare meglio questo concetto?
“Un’espressione un po’ criptica per riassumere appunto le caratteristiche di questo prodotto, assai poco banale ma garantito quanto a materiali e lavorazione”.

Parliamo allora del brand “Meltin’pot”: in tanti hanno iniziato l’avventura del tessile tra i ’70 e gli ’80, ma in pochi hanno sfondato come marchio internazionale. A parte voi: perché, secondo lei?
“Perché abbiamo sempre avuto l’idea di dover innovare, di dover braccare il valore aggiunto, nei nostri prodotti. Mio padre, che ha iniziato molto tempo prima di me, diceva in continuazione “Questo lavoro non è per sempre”. Già trent’anni fa lui sosteneva insomma la necessità di doversi inventare sempre qualcosa di nuovo, perché prima o poi sarebbero arrivati i Paesi della manodopera a basso costo a toglierci il lavoro”.

Lungimirante.
“Lungimirante è dire poco: pragmatico, direi, mio padre è sempre stato così. E allora l’obbligo di mantenere intatto questo vantaggio è stato ed è la nostra filosofia di tutti i giorni: la nostra azienda è fatta di passione, innovazione, impegno totale, ed è in evoluzione perenne e frenetica. Adesso con “Klsh”, appunto”.

E i mercati vi danno ragione.
“Per ora solo dal punto di vista qualitativo. E’ inutile negarlo, la crisi morde”.

Ma “Meltin’ pot” continua la sua invasione blu dei mercati mondiali.
“Diciamo dei mercati europei. Lo showroom di New York è stato un primo passo oltreoceano, ma evidentemente non eravamo ancora pronti. E’ stato un esperimento che ci ha fatto capire che abbiamo ancora molto da imparare, e su cosa dobbiamo lavorare”.

Cosa significa essere figlio d’arte, ovvero imprenditore di seconda generazione? Vivere sempre nel timore del confronto?
“No, nessun confronto e sono fortunato, perché mio padre ed io abbiamo guidato l’azienda in periodi storici differenti. Lui ha cominciato da zero, ma in un momento più facile per l’economia, quando i mercati erano più ricettivi; io mi trovo a guidare una realtà già esistente, ma in mondo fatto di mercati quasi impenetrabili. Siamo complementari, ecco”.

Ma davvero i mercati sono così difficili, ora come ora? A giudicare dall’Italia, Paese ferocemente modaiolo, non si direbbe”.
“Altroché.
I consumi si sono contratti in maniera impressionante, e feroce è la concorrenza del fast-fashion, da Zara a H&M.
C’è poi un consumatore che ha cambiato i propri valori di riferimento, da qualche anno a questa parte. Se prima i prodotti duravano almeno un paio d’anni, ora si bruciano nell’arco di una stagione.
Mentre le aziende, compresi noi, cercano inutilmente il prodotto longevo per eccellenza”.

Potendo sognare di cambiare qualcosa che non va in questo territorio, su cosa si concentrerebbe Augusto Romano?
“Sulla cultura. Perché noi siamo una terra bella, ma molto chiusa e refrattaria agli stimoli esterni”.

Autoreferenziale?
“Incapace a volte di apprezzare le cose positive degli altri, innamorata com’è di se stessa. Una contraddizione che prima o poi scoppierà”.

Come si esce secondo lei dalla crisi?
“Come sostengo sempre, la crisi è opportunità che si afferra con creatività, immaginazione e innovazione”.

Senza ingenuamente sperare che tutto torni come prima.
“Come prima non tornerà nulla. Il “prima” non esiste più. Quando finirà questa crisi saremo entrati in un altro mondo, totalmente diverso. Non necessariamente peggiore: i cambiamenti sono sempre positivi”.

“Meltin’ pot” è sostenitore fissi di Cesvi e Medici Senza Frontiere. Quanto conta oggi per un’azienda, secondo lei, darsi una mission anche etica e morale?
“L’azienda è una persona, fatta da tutti i singoli che contribuiscono alla sua attività, e come tale ha precisi doveri nei confronti della società in cui è immersa. E “Meltin’ pot”, che ha sede in un paese di 10mila abitanti, avverte da sempre questa forte responsabilità”.