Dario Stefàno

Essere gli agricoltori del futuro

Agricoltura, fino a qualche anno fa immeritata Cenerentola delle attività produttive. Un paradosso, in un Paese tradizionalmente agricolo come l’Italia. Poi qualcosa è cambiato, perché gli italiani, dunque anche i salentini, hanno ricominciato a sentire la necessità di mangiare e bere bene. L’agricoltura, però, continua per certi versi e a torto ad essere considerata figlia di un dio minore rispetto a industria e terziario. Perché?
Voglio dire ciò che penso con sincerità: le scelte politiche fatte (o non fatte) nei decenni scorsi in Italia hanno favorito questo paradosso, questo gap culturale. Per fortuna è in atto una inversione di tendenza, per cui si va attenuando anche nell’immaginario collettivo la percezione di arretratezza, di svantaggio del mondo contadino. Un po’ perché si è diffusa una nuova centralità dell’uomo e della natura, un po’ per la deurbanizzazione e la crescente diffusione delle attività produttive e dei servizi fuori dalle città. Un ulteriore merito, però, spetta anche a quell’insieme di politiche: penso al lavoro che abbiamo fatto e che stiamo facendo in Puglia, che hanno diffuso una maggiore conoscenza dell’agricoltura – grazie ad esempio alle Masserie didattiche – ma anche migliorato la qualità della vita nelle aree rurali e fatto crescere le competenze dei produttori agricoli. Ci aspettiamo maggiore considerazione (e più risorse) anche dalle politiche nazionali, che continuano a prestare ancora troppa poca attenzione a un settore strategico quanto trainante dell’economia quale l’agroalimentare. Basti dire che, rispetto alla crisi che stiamo vivendo, il sistema agricolo ha tenuto meglio di altri settori produttivi.

Questo gap culturale nei confronti dell’agricoltura risente in qualche modo del rapporto non equilibrato, spesso del mancato rispetto che gli italiani e i meridionali più in generale hanno per l’ambiente che li circonda?
No, non lo penso. In ogni caso, sono sempre più numerosi gli esempi di virtuosità e di attenzione, di una nuova sensibilità verso il sano, il buono, il pulito. Ne sono una prova la crescita dei consumi di prodotti biologici, della diffusione dei Gruppi di Acquisto Solidale e dei mercati da filiera corta. Credo, però, debba crescer ancora di più la consapevolezza dei consumatori anche al supermercato: la provenienza, al di là del prezzo di vendita, può essere un atto di tutela di posti di lavoro – e quindi di benessere sociale diffuso – e anche dell’ambiente. Bisognerebbe chiedersi: quanta CO2 costa una commodity che ha varcato l’Oceano? E quanta ricchezza sottrae alla collettività l’acquisto di un olio d’oliva prodotto con materie prime d’oltre confine?

Ad avvicinarsi all’agricoltura, oggi, sono soprattutto i giovani. A volte per ripiego – ovvero per rimpiazzare posti di lavoro “altri” che non ci sono – a volte perché consapevoli dell’importanza e della dignità di un settore che fa il destino, anche in termini di salute, degli esseri umani, se è vero che siamo ciò che mangiamo. Cosa fa la Regione Puglia per incentivare questo ritorno virtuoso all’agricoltura?
Abbiamo molto investito nel ricambio generazionale, la vera sfida delle politiche agricole degli ultimi 30 anni. Siamo riusciti a far insediare circa 2.000 giovani, nel settore, incentivandoli con un premio a fondo perduto di 25.000 euro, e sostenendo i loro investimenti per il miglioramento delle aziende di cui sono diventati imprenditori, anche per la realizzazione di agriturismo, masserie didattiche e masserie sociali.
Ora li stiamo accompagnando con la formazione e la consulenza diretta, con l’obiettivo di farne crescere le competenze e le capacità di misurarsi con un mercato sempre più aggressivo. Inoltre, attraverso l’azione dei Gruppi di Azione Locale, stiamo cercando di creare migliori condizioni di vita nelle aree rurali, così da renderle attrattive per i giovani e le loro (future) famiglie.

Anche la politica nazionale, però, sembra a volte più attenta ai temi dell’industria, del terziario, delle libere professioni, come se ci si vergognasse delle origini contadine del Paese, trascurando la sacralità di poter produrre direttamente il proprio cibo e di vederlo nascere dalla terra. Cosa fa la Regione per vincere queste resistenze dovute ad un’errata concezione dell’agricoltura, che invece rappresenta il futuro?
Siamo impegnati in una grande operazione strategica che abbraccia tutto il territorio regionale: investiamo in Agri-Cultura, recuperando orgoglio identitario a questa nostra tradizione. Lo facciamo tutti giorni, attraverso forme di comunicazione efficace della vitalità e della strategicità del settore, ma anche agendo con energia, in qualità di Regione capofila nella conferenza Stato-Regioni, nel portare all’attenzione del governo nazionale e del Parlamento bisogni, ma anche opportunità del sistema agroalimentare.

Consiglio ai giovani che vogliono cimentarsi con l’agricoltura?
Lanciarsi nell’innovazione, di processo e di prodotto. Scegliere la diversificazione delle produzioni. Contare sulle proprie forze. Aggregarsi lavorando su modelli organizzativi nuovi. Ma anche cercare la qualità, la tracciabilità, la salubrità e l’eticità delle produzioni. In breve: essere gli agricoltori del futuro.