Novello sul serio

Meno furbizia e più intelligenza per la vite e nella vita.

La vite, la vitis vinifera in particolare, si dice anche pianta delle quattro stagioni. Alligna solo dove le quattro stagioni esistono e la lunghezza dell’una e dell’altra sono equivalenti. L’autunno è la stagione della vite, della vendemmia e del principio del meritato riposo. Di eccellenze noi discettiamo e di eccellenze vinicole ne abbiamo a bizzeffe, dapprima schiave di un colpevole silenzio da chi le ha sfruttate per decenni, ora, finalmente, evidenti e protagoniste. Alcuni nomi un tempo sconosciuti hanno costruito la storia del vino del Salento: Augusto Càntele, Carlo Coppola, Cosimo Taurino, Severino Garofano. Più leggenda che storia, alcuni salentini DOC e altri provenienti da altre terre, ma che nel Salento si sono radicati. Dal 1863, dal 17 di gennaio di quell’anno, la viticoltura salentina è diventata larga parte della coltivazione agricola. Un giovane Stato nascente e un forte Stato massacrato dalla fillossera si accordano per la produzione di vino da taglio, le grandi aree di macchia mediterranea vengono poste a coltivazione con immensi vigneti dai quali estrarre mosto per gli asfittici vini francesi messi in ginocchio dal parassita.
La viticoltura si è fatta storia e cultura innervandosi nella tradizione agricola e sociale di un popolo intero. Vigna resistente e coltivazione precipua per un territorio ricco d’acqua profonda, ma arso in superficie. L’acqua, l’unica acqua buona per la buona vite è quella che scende dal cielo. Acqua dolce. Per la vite e per la vita.
E l’autunno è il tempo in cui si rinnova il miracolo delle nozze di Cana, l’acqua caduta dal cielo per un anno diventa vino. Vino nuovo, ancora un po’ aspro e un po’ troppo fruttato, vino di San Martino, patrono degli eserciti e di Taviano. Invocato per l’acqua da papa Caliazzu di Lucugnano: “Piscia, Martinu, piscia!/L’acqua la ulimu tutti/ o bona o fiacca falla/ ce cazzu te nde futti?” e talmente generoso da allagargli anche la strada del ritorno … Si scherza con i fanti, ma con i Santi meglio essere attenti…
Da quasi un secolo, per la precisione dal 1930, a seguito di pura serendipità, è venuto alla luce un altro prodotto che si chiama Vino Novello. Molti fra intenditori e appassionati, alla parola “novello”, usano storcere il naso. Qualcuno di loro opterebbe per l’utilizzo esclusivo della parola “novello”, lasciando il sostantivo al vino tradizionale.
Rifuggo il fanatismo, sono persuaso che anche nei novelli possa nascondersi qualche punta di grande interesse, e il Salento può essere terra per qualche novello vero. Ecco, questa è la chiave. In Francia il Beaujolais Nouveau è del territorio del Beaujolais (circa ventimila ettari), si può fare esclusivamente da un vitigno (Gamay) e contiene esclusivamente Beaujolais Nouveau, ovvero il 100% di prodotto a macerazione carbonica (il processo che conduce al novello).
In Italia il novello può farlo chiunque e ovunque, utilizzando 60 (sessanta) vitigni diversi, compresi sette “internazionali”, e si può chiamare vino novello qualcosa che contiene appena il 30% di prodotto in macerazione carbonica. Il 70% di prodotto anonimo. Conseguenza ovvia è che l’etichetta novello vesta, di solito, un prodotto ottenuto miscelando del novello con i resti di cantina, riciclando e rivitalizzando rimasuglie di vino invenduto o invendibile.
Più che il miracolo delle nozze di Cana, sembra la moltiplicazione dei pani e dei pesci: trenta bottiglie di novello diventano cento bottiglie. Basta allungare il brodo …
La coltivazione di scelte eccellenti è, in questo Paese, fatica improba. Alla ricerca perenne della via traversa, della scorciatoia. Furberia e approssimazione imperano. E, talvolta, anche con l’imprimatur di legalità, quasi che il sigillo di Stato certifichi valore, ignorando che l’equazione vale anche all’inverso: quando uno Stato certifica disvalore, si impoverisce anche come Stato.
Chissà se osare un vino novello di Negroamaro al 100% non possa essere qualcosa che faccia diventare meno severi i cultori della tradizione. Sono persuaso che chi ci proverà avrà la protezione di San Martino … e noi, qui a “Leccellente”, siamo pronti ad ospitarlo e dedicargli il tributo che merita, anche a costo di turbare il sonno di qualche amico carissimo che, fanatico della conservazione, ha in odio qualunque innovazione.