Dolcenera

La mia droga si chiama Musica

Presente, per Dolcenera, è una parola che fa rima con…
“Cosciente”! È un momento storico in cui bisogna avere coscienza di se stessi e di ciò che accade intorno a noi. E per farlo bisogna informarsi, avere un certo senso critico organizzato. Capire a fondo la realtà che viviamo é l’unico modo per fare le scelte giuste, sia a livello personale che a livello sociale”.

Futuro, invece…
“Purtroppo fa rima con “duro”: la misura della civiltà di un Paese si vede dalla sua capacità di creare per i giovani opportunità in tutti i campi, non solo il lavoro. Perché il lavoro, lo sport, la musica, la passione non sono altro che campi in cui esprimere la propria personalità. Ed esprimere se stessi é l’unico modo per sentirsi parte essenziale di una comunità, per non sentirsi soli”.

Cosa si prova guardando colleghi, anche di latitudine, che sono diventati famosi grazie ai talent show? Si ringrazia Iddio per la gavetta che si è fatta o si maledice la sorte per non essersi trovati nell’era di “Amici”?
“La gavetta non è parola dall’accezione negativa, perché é formativa: come dire, è ovvio che per scrivere un libro é meglio che tu ne abbia letti quanti più possibile, prima! La gavetta é il tuo percorso artistico e personale, che per lunghi tratti non passa e non deve passare davanti al grande pubblico, ma da sentieri nascosti e addirittura intimi. I talent sono un’opportunità che va sfruttata insomma solo come punto di partenza, un modo per creare un proprio percorso musicale. Non é un caso che molti ragazzi dei talent che non tracciano un percorso personale, poi, si perdano. Il successo é un elastico: con il talent é tirato al massimo, ma poi dopo il talent bisogna avere una propria cultura, una propria consapevolezza artistica, o almeno crearsela con il tempo”.

Se ne vedi, qual è il talent che preferisci?
“Non li guardo. Guardo pochissima tv. Solo programmi di informazione e serie americane in lingua originale sul web”.

Parteciperesti mai a un talent come giudice?
“Non saprei. Forse no per quelli che hanno avuto già varie edizioni. Poi, se fare il giudice significa diventare un fenomeno da baraccone, credo proprio di no…  Se fare il giudice significa invece avere la possibilità di scoprire artisti nuovi, con cui lavorare anche dopo la fine del programma con la scrittura di nuove canzoni, gli arrangiamenti e la produzione artistica, potrei anche farlo. Ci sono tanti ragazzi che mi scrivono per chiedermi di collaborare e di farsi produrre artisticamente, ma io sottolineo sempre l’importanza di aver scritto delle  bellissime canzoni”.

L’eccesso di spettacolarizzazione fa bene alla musica, secondo te?
“Intanto la musica non é spettacolo, anche se é stata usata e abusata per lo spettacolo, per il cinema, per la tivù, per la pubblicitá… come se fosse un tappabuchi. Ovvio che di questa funzione “americana”, ormai trentennale, la musica abbia sofferto sia in Italia che in Europa. Mentre ad esempio a Hong Kong, il giorno dopo il mio concerto in teatro, ho visto l’esibizione di un pianista di musica classica,  e nel pubblico c’erano tante famiglie con bambini. Per noi, invece,  questo é ormai culturalmente inconcepibile”.

Perché le cantanti donna – ma non è il tuo caso – sono più brave a interpretare che a scrivere canzoni, se il mondo del sentimento appartiene loro in via predominante?
“Questo é un problema culturale secolare, perché le donne sono sempre state vissute come voce per il bel canto, mai come artiste autonome: pochissimi, in Italia, i casi di cantautrici, tanti invece quelli di interpreti. Ecco perché dico sempre che il mio, per mia scelta, é un percorso lunghissimo, sia di formazione personale e musicale: perché per scrivere bisogna avere qualcosa da raccontare. E poi perché non c’é una strada da percorrere, per il cantautorato al femminile, ma un sentiero da tracciare giorno per giorno, a suon di credibilità e bellezza delle canzoni. Nel caso di queste nuove interpreti è odioso il “gobbo” del testo della canzone…  Un pezzo, per essere interpretato vocalmente, va conosciuto fino in fondo, dalla musica fino ad arrivare alla storia della sua genesi. Non puó essere semplicemente seguito grazie al “gobbo” mentre si canta!”.

La tua formazione musicale.
“Uh, no… Da dove parto? Dico solo che studio pianoforte e clarinetto dall’età di 6 anni, che strimpello la chitarra, che adoro suonare il theremin e che ascolto tanta di quella musica da sentirmi a volte un po’ autistica! Che ho amato e studiato i testi dei grandi cantautori italiani: De Andrè, De Gregori, Vasco Rossi, Guccini, ecc.., amato il sound dark dei primissimi Litfiba, CCCP, Cure, che ho saltato sul divano per i dischi di David Bowie, Bruce Springsteen, Genesis, che l’elettronica attuale di Skrillex o dei gruppi che la mescolano al suonato di una band mi piace tantissimo, che ho sempre tenuto come Bibbia i libri di Marquez, Proust, Pessoa”.

Vivi a Firenze. Che rapporti hai con la tua terra, il Salento?
“La adoro, quando posso ci ritorno e ogni volta percepisco nell’aria che respiro un legame primordiale. Conosco le sue bellezze e le sue contraddizioni, ma anche letteratura e arte sconosciute, i personaggi. Adoro le poesie di Vittorio Bodini e il teatro di Carmelo Bene… Musicalmente, “Siamo tutti là fuori”, il brano con cui vinsi il Festival di Sanremo nel 2003, non era altro che una pizzica-pizzica salentina, e per questo portammo sul palco del teatro Ariston i tamburelli”.

Non sei però tra quegli artisti che sbandierano le proprie origini a ogni piè sospinto… C’è un motivo?
“Non mi piace essere ruffiana, non mi piace strumentalizzare la mia gente o il Salento sol perché so, come tanti altri, che in tivù  i salentini sono tra i piú attivi nei programmi con il televoto. Sto molto attenta a non sfruttare con facili campanilismi il sostegno economico della mia gente! Se una canzone é bella spero sempre che chi l’ascolti la sostenga e la diffonda, senza dover urlare in dialetto l’appartenenza ad una terra”.

Perché, secondo te, nel 2012 a fare notizia vera sono ancora gruppi come i Rolling Stones?
“Tanti, i motivi. Perché siamo un popolo di vecchi, di nostalgici, perché adoriamo i miti ma ci fa fatica scoprirne degli altri nell’era del qualunquismo, perché gli Stones sono ancora fighi, perché fa figo dire ad un altro “mi piacciono gli Stones”, magari sapendone davvero poco di loro, perché non approfondiamo piú con la musica e i suoi personaggi”.

Come nutri tutti i giorni la tua fame di musica, a parte quella che fai tu?
“Per me la musica é come un braccio, non c’é il rischio di dimenticarsi di averlo! La musica é in ogni istante della mia vita, e mi accorgo che, anche mentre penso, nella mia testa c’è sempre un sottofondo musicale. Mi rimbalzano nella mente tante melodie, e se solo riuscissi ad afferrarle tutte nascerebbero molte più canzoni. Ascolto tantissima musica: grazie al web, oggi, puoi avere un’offerta molto ampia da tutto il mondo. E quindi ascolto soprattutto band sconosciute ai molti, incontrate nel mio girovagare musicale sul web. Il mio ascolto é sempre molto critico e scientifico: indago su accordi, melodie, arrangiamenti e produzioni”.

È meglio avere una buona formazione musicale o un buon manager, in Italia?
“Senza ipocrisia, entrambi! Certo, se hai un buon manager, ma non un’identità artistica, la tua carriera dura poco, malgrado picchi di altezza magari considerevole. Senza ipocrisia, in Italia, data la piccola dimensione del mercato locale, ormai quasi snobbato dagli altri Paesi europei (e questa sta diventando una triste sconfitta per il glorioso passato della musica italiana), i manager sono sempre meno importanti. Si torna finalmente agli anni ‘70, alla musica fatta dai cantautori e non dalle case discografiche e manager”.