Pimar

Giuseppe Marrocco, cuore di pietra. Leccese

Il nastro largo di asfalto scorre rapido sotto le gomme nuove della vecchia Getz appena lavata. Da Lecce a Maglie, un passo dopo – uscita Melpignano – di fronte una costruzione colossale: Pi.Mar.. Si arzigogola un po’ per trovare la strada di ingresso. Non manca il parcheggio e ti accoglie una affettuosissima cagnetta nera che, da sola, vale il viaggio. Ingresso in una sorta di “esposizione accatastata” di vere e proprie sculture, alcune di mirabile fattura, altre davvero preziose come una cornice in altorilievo che, nel mondo dell’io e del mio, dovrebbe avere collocazione assai più riservata invece di essere appoggiata a un muro quasi distrattamente. E attirare gli sguardi cupidi di ogni persona che varca la soglia.
Un ufficio con gente che lavora e l’annuncio a Giuseppe. Giuseppe Marrocco: cinquant’anni di confidenza con le viscere della terra. Incede calmo nel racconto della sua storia, la storia dell’azienda e quella della pietra leccese che poi è tutta una storia. Incede calmo e sereno, Giuseppe, nel racconto di un secolo e mezzo di vita con la più animata delle cose che si intendono inanimate. Non dice mai “io”, Giuseppe, dice sempre “noi”, e allora ti chiedi se sia presuntuoso o buffo, se si senta un rettore o il Mago Otelma. E invece Giuseppe si confronta con dimensioni colossali, quelle dimensioni che ti spiegano che senza il “noi” non puoi fare alcunchè. E nonostante la mole e le mani è tenerissimo quando parla ”dell’ultimo ragazzo che ha solo il compito di tirar via la polvere da una lavorazione” come di un elemento essenziale per il lavoro di squadra. Un lavoro nel quale tutti hanno una funzione e ciascun frammento di pietra si porta un pezzo della cultura e della competenza di ciascuno.
E capisci perché architetti d’ogni parte del mondo vanno alla Pi.Mar.: la pietra leccese di Giuseppe non è solo un eccellente materiale per mille e una applicazioni, è una entità viva, che narra una storia. Una storia antichissima, fatta di tradizioni millenarie, di know-how accumulato nella mente, e nelle mani di veri e propri maestri di martello e scalpello, che hanno confidenza con subbie, gorbie e denti di cane. E che Giuseppe, forte dei suoi studi tanto formalmente incompleti quanto concretamente profondi, ha saputo coniugare con l’utilizzo di tecnologie all’avanguardia ed anche oltre.
E così alla Pi.Mar. non si fabbricano colonne, rivestimenti, pavimenti o altre cose del genere. Alla Pi.Mar. si progetta secondo un’esigenza in uno studio denso di competenze, e dopo aver progettato si va alla cava a scegliere il blocco che “contiene” la migliore interpretazione di quel progetto. Regola facile, michelangiolesca: “Scegli il blocco di pietra che contiene la tua opera e leva la parte non necessaria.”
Macchine possenti estraggono dalle cave tra Cursi e Melpignano, coltivate da secoli dalla famiglia Marrocco, questi giganteschi blocchi di pietra, li avviano alla lavorazione e una pletora di macchine ad altissima precisione rendono quel blocco enorme assai vicino a quanto progettato. Finché non arriva nelle mani di chi sa “finirlo” a regola d’arte, con la raspa o mazzuolo e scalpello, pezzo per pezzo, perché la pietra ha bisogno, sempre, della mano umana. Un po’ come la piccola cucciola focata che, dolcemente, t’accarezza facendosi accarezzare.
Giuseppe continua placido la sua narrazione, fa fatica inizialmente ma poi è un fiume in piena, la voce è calma ma gli occhi guizzano quando racconta della pietra che racconta il Salento. Quando si lancia nelle sue osservazioni sulla necessità di reimpostare l’architettura urbana, quando si chiede se il turismo che invade il Salento abbia bisogno di vivere la bellezza o si faccia portare in tour nelle zone di palazzoni da edilizia detta popolare. E s’appassiona nelle sue tante collaborazioni con università d’ogni parte del mondo per fare della pietra un moderno materiale da costruzione e non solo. Ricerche di iperavanguardia hanno permesso a Giuseppe di edificare un prototipo di abitazione che produce energia invece di consumarla, di tentare ardite compenetrazioni tra pietra leccese e fibra di carbonio per applicazioni futuristiche. E allora l’interlocutore –  osservando l’ampia figura di questo signore che parla sempre di “noi”, non porta la cravatta e ha un ufficio che “vive” a un passo dal cuore pulsante dell’azienda, ereditandone ovviamente il polverino – si chiede ovviamente perché.
Un’azienda che è presente in tutti i mercati esteri più importanti, con una serie di referenze impressionanti, potrebbe indurre, finanche legittimamente, ad una certa tendenza alla presunzione, all’autocelebrazione, alla pausa di contemplazione. Ma la pietra non mente, la pietra nella sua dimensione e nella sua eternità ti ricorda sempre che “ciascuno, da solo, non vale nulla”, e che se godi di bellezza e di ricchezza qualcuno, prima di te, ha lavorato perché essa esistesse, lasciandone traccia sull’imperitura memoria della pietra.

La pietra leccese è più che un testimone del Salento, è materia costitutiva del Salento. Portarla in giro a render più bello un qualche angolo di mondo non è che uno dei tanti modi di raccontare la storia di una terra bellissima e fortunata, che sarebbe un crimine lasciar cadere nell’oblìo. Giuseppe Marrocco è il vocabolario dal quale tanti prendono le loro parole per scrivere poesie, racconti e romanzi di pietra, in giro per il mondo. Da qualche tempo anche a Lecce, speriamo sempre di più nel Salento. Perché, come dice Giuseppe, chi sarà dopo di noi, nei secoli a venire, ha diritto a conoscere il Salento, il suo sole, il suo mare, il suo vento e anche la sua pietra.