Purciddhruzzi

Tu chiamali se vuoi… purciddhruzzi.

Has autem terras Italique hanc litoris oram/ proxima quae nostri perfunditur aequoris aestu/ effuge; cuncta malis habitantur moenia Grais.
Hic et Narycii posuerunt moenia Locri/ et Sallentinos obsedit milite campos/ Lyctius Idomeneus; hic illa ducis Meliboei/ parva Philoctetae subnixa Petelia muro.
(Ma fuggi queste terre e questa spiaggia del lido italo/ che vicino è bagnato dalla marea della nostra acqua; tutte le mura sono abitate dai malvagi Grai.
Qui anche i Locri narici posero le mura/ ed il Lizio Idomeneo occupò le piane sallentine/ di soldataglia; qui la piccola città del capo Melibeo/ di Filottete, Petelia, è appoggiata al muro).
Libro III dell’Eneide nel quale Virgilio descrive, in qualche modo, quella che un tempo fu detta Magna Grecia. Numerose imprecisioni ne costellano la storia, ma non sarà qui ed ora che esse troveranno lume. La Magna Grecia è solo il punto primigenio dal quale far scaturire i “loukoumades”: farina impastata con acqua, latte e sale, lasciata lievitare per qualche ora e ridotta a palline, fritta in olio di oliva bollente finché non diventa dorata, e poi, ben scolata dell’olio, si condisce con miele e si aromatizza con la cannella. Siamo tra il VI e il II secolo avanti Cristo, quando da Cuma (Calcidi) ad Ancona (Greci di Siracusa) la Penisola è punteggiata da colonie di stirpe greca. Con queste hanno viaggiato nella storia le palline fritte dolci che, in quanto rotonde, nella zona di Parthenope diventano “stroggoulos” (ovvero “rotondi”) e, negli anni, struffoli…
Ma i Greci erano ovunque, nelle colonie greche, e ovunque c’erano dunque i loukomades: solo che divennero “ciciriata” in Basilicata e Calabria, “cicerchiata” nelle Marche, “ciceriata”, ancora, in Abruzzo, “pignolata” in Calabria. In Puglia accadde di tutto, linguisticamente. Popolazioni autoctone divise in mille gruppi e gruppuscoli, consolidate da antiche civiltà, tiraron fuori “pizzi cunfritti”, “sannacchiudere” e le varie declinazioni dell’amato suino: “purciddhruzzu”, “purceddhruzzu”, “purcidduzzu” e “purcedduzzu”.
“Loukoumades”, che prendono nome ed occasione dalla forma, dal tempo e dalla ragione. Sicché la pignolata si ottiene mettendo le palline nel cartoccio e poi rivoltando il medesimo, la ciciriata o cicerchiata (con palline a forma di ceci o di cicerchia) si costruisce versando le palline intorno a un bicchiere ed ottenendo una specie di vulcano-ciambella, e così via. Sui purciddhruzzi, insomma, non v’è contea, paese, famiglia o persona che non ne abbia una variante, una sua variante. Dal vino bianco nell’impasto alla modalità di sciogliere e scegliere il miele, alla forma del purciddhruzzu (pallina, cilindro, ricciolo o nodino); dalla massa dura che si deve rompere irregolarmente alla separabilità di ciascuna pallina; dall’uso dell’alloro ai canditi, agli anisini. Ancora, il pucerddhruzzu con il miele secco e quello con il miele filante e quelli che invece del miele usano il vincotto di fichi o il mosto cotto di uva. E la buccia di limone, di arancio o di mandarino. O di bergamotto?
Qualcuno li inforna pure (orrore) e qualcun altro ci aggiunge cioccolato o “mendule ricce”; in ogni caso, però, dall’Immacolata all’Epifania i purciddhruzzi abitano nelle case dei Sallentini di Idomeneo, poi diventano “cartiddhrate” per Carnevale. Altrove è diverso, tutto si mescola e si unisce, miele e marmellate, palline fritte e trine zuccherate. Barocche. Ma il purciddhruzzo è un’altra cosa, è socialità nel prepararlo e nel consumarlo, è segno di prosperità e di allegria. Il purciddhruzzo non tradisce, è buono anche quando non è buono, non va mai a male e ha il sapore del tempo. Si mangia piano per forza, si gusta per costruzione, e si continua per passione anche all’infinito. E dove prese terra l’Ecista Falanto, proprio perché troppo attraenti, i probi Spartani li chiamano “sannachiudere”. Ragioni a noi sconosciute hanno permesso che nell’Isola di San Pietro si preparino i “giggeri”, assai simili per forma e preparazione agli struffoli. Molto diverse sono le “castagnole”, sia per origine (molto più recenti) che per preparazione. Noi, comunque, il Purcedhhruzzo d’oro lo porteremo avanti per non perderne cultura e tradizione. E magari un giorno la comunità dei Loukoumades si riunirà per decretare, di volta in volta, chi ne è l’interprete migliore. Per i Sallentini di Idomeneo qualche cosa da dire sull’argomento crediamo vi sia.