Borgagne

Qui dove il tempo scorre come deve

Una simpatica storiella racconta di un contrabbandiere messicano che ogni mattina all’alba, spingendo una carriola carica di fagioli, attraversava il confine con gli Stati Uniti, e ogni sera al tramonto rientrava sempre spingendo la carriola carica di fagioli. Il poliziotto della dogana, puntualmente, lo fermava e ispezionava il mezzo, cercando nei fagioli eventuale merce di contrabbando. Non trovava nulla. Di contro il messicano, quando gli chiedevano cosa andasse a fare negli Usa, rispondeva costantemente: “Contrabbando”.

Per molti anni questo siparietto si perpetuò nello stesso luogo e nel medesimo modo. Poi, un giorno, il contrabbandiere non si fece vivo e nemmeno il giorno seguente, e nemmeno l’altro ancora. Il poliziotto, ormai attempato anche lui, si era affezionato al colloquio ultra-decennale e un po’ gli dispiaceva che fosse finito così. Di colpo.

Arrivò il giorno della pensione e la prima cosa che fece fu quella di andare in Messico a cercare il contrabbandiere. Dopo numerose ricerche lo trovò in una bella casa, seduto al fresco del patìo a sorseggiare il suo Metzcal. Lo riconobbe, il contrabbandiere, ed ebbe piacere ad ospitarlo. Dopo i convenevoli di rito, il poliziotto gli disse: “Ormai è passato tanto tempo, ora puoi dirmi dove nascondevi la merce di contrabbando”. Fu irremovibile il vecchio contrabbandiere: non disse nulla. E la conversazione proseguì come proseguono le conversazioni. Tra qualche risata, qualche denuncia di acciacco e il Metzcal che occupava i bicchieri per pochi attimi. Venne il tempo dei saluti, e il poliziotto, congedandosi, disse al vecchio contrabbandiere: “Non ho ancora capito come mai hai abbandonato di colpo…”. Il contrabbandiere gli sorrise: “Avevo accumulato quanto mi serviva e poi … poi il mercato dei fagioli non tirava più”. Sorrise anche il poliziotto e andò via contento.

La morale di questa storia è semplice: troppo spesso nulla è più invisibile di ciò che abbiamo sotto gli occhi. Abitiamo il Salento, lo vediamo tutti i giorni e scambiamo la nostra staticità con la sua, e tante volte proviamo a modificarlo con conseguenze inesorabilmente nefaste: cerchiamo sotto i fagioli un tesoro nascosto facendo disordine e sporcizia. E i fagioli sfuggono …

Un giorno del mese di giugno si percorra la strada che da Lecce, passando per Merine, Vernole e Melendugno conduce alle coordinate 40° 16’ 35” Nord e 18° 20’ 15” Est. Vertice retto del triangolo che ha come ipotenusa il segmento costiero che va da Roca Vecchia ai Laghi Alimini. Presidio del confine che separa e ha sempre separato il mondo latino dall’enclave della Grecìa salentina. La masseria fortificata dei pastori. Un borgo in cui l’agnello la fa da padrone e da padrone assegna il nome: Borgagne, ovvero Borgo dell’Agnus. Per il mondo griko “vrani”, ovvero acqua stagnante, palude. Molti fanno derivare la parola rana (come animale) dall’antico greco “radna”, che sarebbe “umido”, o più più precisamente “asperso”. Sicché è opinione comune che il termine “ ‘ngracalati” attribuito ai borgagnesi debba avere a che fare con le rane e le paludi. Per parte nostra lo riteniamo uno di quei termini offensivi con i quali i puri spesso vilipendono i sangue misti, ovvero coloro che, in questo caso, sono mezzi greci. Ma saranno altri a dirimere il groviglio: a noi fa premura raccontare di quello strano modo che abbiamo al Sud di utilizzare ciò che in termini moderni si chiama outing, per trasformare un appellativo d’origine poco nobile in un brand di successo.

E così gli, anzi Li ‘Ngracalati hanno costituito una sorta di associazione che, fin dal principio, ha preteso di preservare una identità fatta, come sempre per i nomadi e le civiltà popolari, più di canzoni e ritmi tramandati che di letteratura stampata sui libri. E allora ecco il gruppo degli ‘Ngracalati che nei giorni di “Borgoinfesta” (quest’anno dal 31 maggio al 2 di giugno) allieta le strade con i ritmi e le stornellate tipiche delle serate nelle quali la libertà delle popolazioni di casta bassa ha sempre dovuto esprimersi.

Un grande cantore salentino di Cutrofiano, Uccio Aloisi, sosteneva che chi non sapeva stornellare non poteva dirsi autenticamente popolare. Distinguendo ovviamente tra il concetto nobile di “popolare” e quello dozzinale di “folkloristico”. Sono numerose le pubblicazioni musicali dei cantori “costumati e caminanti” che dei loro versi –  a volte dolci, a volte aguzzi – riempiono le strade e le piazze di questo minuscolo presepe incastonato in un gigantesco bosco di ulivi.

Ora Borgagne è stato ammesso all’interno del circuito dei Borghi Autentici d’Italia, ottenendo un riconoscimento straordinario che rende questo luogo un tesoro, una location straordinaria de “Le vrai savoir vivre”; sperando che amministrazioni sciocche non pensino di violentarlo facendone uno specchietto per turisti allocchi da alloggiare in megastrutture che, in pochi anni, distruggerebbero il meraviglioso equilibrio tra il borgo e il suo territorio. Borgagne può e deve essere patrimonio collettivo, luogo di “didattica della vita” nel quale ogni umano deve avere la possibilità, se lo desidera, di vivere un pezzettino di tempo di vita come la vita dovrebbe essere vissuta sempre. Anche se purtroppo quella cosa che alcuni incolti hanno chiamato “civiltà” ne ha minato le basi stesse, concependo un urbanesimo ed una urbanizzazione semplicemente avversa alla natura umana. Borgagne deve invece diventare patrimonio collettivo del Salento e i borgagnesi, anzi gli ‘Ngracalati, debbono portare la responsabilità di custodirlo e curarlo, per farne non già una enclave chiusa come un eremo, ma una possibilità di immersione per assaporare il gusto del tempo.

Un bosco degli ulivi degli amici di Borgagne, ci piace immaginare, dove ognuno può acquistare un proprio albero e di esso prendersi cura e da esso fare il proprio olio personale o in cooperazione con altri proprietari di albero, perché nel borgo ciò che viene sconfitto è la solitudine. Non quella cercata per ragionar con se stessi, ma quella imposta da una competizione che, da tempo, ha perduto i crismi della sana voglia di migliorarsi per assumere la forma peggiore: schiacciare il prossimo per sentirsi emersi. A Borgagne quindi, in silenzio, con rispetto e attenzione per frantoi e macchie, chiese e giardini … E i fagioli? I fagioli sono sotto gli occhi, ma anche nella pignata: perché a Borgagne, oltre allo spirito, v’è tempo per nutrire abbondantemente il corpo… Un’altra storia da raccontare.