IL PUNTO DI PINO DE LUCA

Pane e vino. A ciascuno il suo


Corpulento vagava su campi brulli e pietrosi, senza meta. Sporco e rozzo. Un selvaggio. Dai fianchi pendevano una sacca sdrucita ed un otre consunto. Vento di tempesta e polvere. Improvviso e violento.

Cercò rifugio, sedette al riparo di un grande masso. Il cielo tanto oscuro e il messaggio tanto chiaro: non sarebbe stata breve. Non restava che mettersi comodi. Con le mani luride cercò nella sacca, tirò fuori un pezzo di pane nero, incurante della polvere, lo morse e lo masticò lentamente. L’ululato del vento copriva ogni rumore. Non sentì i passi, un cristiano apparve dal nulla nella nebbia di polvere. – Salve – proferì con voce piacevole.

– Chi sei? – grugnì il selvaggio.
– Sono un viandante che cerca riparo – disse il cristiano, sedendosi dietro al masso. Portava al collo due sacche ricamate.
– Non conosci i doveri dell’ospitalità?- continuò il cristiano, con un tono quasi di rimprovero.
– Non hai forse le tue sacche? – grugnì il selvaggio.
– Nelle sacche porto semi preziosi, tu cosa mangi?
– Pane fatto con la farina di erica, e il mio otre è colmo di vino di quercia. Non piacciono a tutti, ma con loro ci campo. Mangia e bevi se vuoi – sghignazzò il selvaggio.
Il cristiano provò ad assaggiare il pane, era duro e secco. Allora lo bagnò con il vino. Si ammorbidì, ma il suo sapore era amaro e acre …
– Dove è la tua gente?
– Da qui fanno venti leghe, coltiva campi di fama e di ricchezza e dai mercanti compra pane dolce e vino speciale.
– E tu perché non sei con loro?
– Perché loro litigano in continuazione su chi ha la fama più bella o su chi ha ricchezza più grande, io non so coltivare e me ne sono andato.
– Io sono un maestro della coltivazione, se vuoi ti insegno.
– Non ho semi da piantare.
– Io porto i semi dell’albero della giustizia e le talee della pianta della verità.
– Le conosco. Servono per fare il pane dolce e il vino speciale, quello che vendono i mercanti alla mia gente. Ma io non ho nulla per comprare la mia giustizia e la mia verità.
– Ascolta, è difficile coltivare le mie piante, esse devono crescere insieme, ma bisogna dissodare bene i campi e tu, tu hai spalle larghe e mani forti. Dissoda un campo, piantali e curali, avrai giustizia e verità a tuo piacimento, le venderai alla tua gente e ne ricaverai fama e ricchezze, sarai un grande mercante.

La tempesta finì di colpo come era cominciata. Il cristiano donò alcuni semi al selvaggio per compensarlo del pasto magro e si diresse verso la città.
Il selvaggio rimase a pensare, sorrise e decise di provarci. Costruì un piccolo capanno, appese il suo otre e la sua sacca, su una mensola di pietra pose i semi. Si recò nel campo, spietrò e dissodò, fece grandi solchi e tagliò le spine, seminò. Gli alberi della giustizia crebbero, le piante della verità fecero frutti succosi, i campi erano rigogliosi e i frutti tanti.
Un po’ perché non poteva raccogliere da solo, e un po’ per vanità, corse verso la città e invitò tutti quelli che incontrava: – Ho coltivato giustizia e verità, i frutti sono copiosi, venite a raccogliere –
Non se lo fecero ripetere due volte, e una moltitudine di genti si accalcò. Ognuno volle la sua parte di giustizia e di verità, e i frutti furono strappati, le piante calpestate e le messi saccheggiate.
Il frastuono era assordante e le grida di donne, di uomini e di fanciulli erano scomposte, e ognuno aveva meno giustizia di un altro, e ognuno aveva più verità di un altro.
Il selvaggio tornò al capanno. Era disgustato, prese le sue sacche e andò lontano, da solo.

Giorni e giorni di cammino sui campi di spine, una tempesta di polvere e un masso dietro cui riparare. Un pezzo di pane e un sorso di vino. Mentre masticava riapparve il cristiano.

– Mangi ancora quel pane e bevi sempre il vino amaro? Pensavo fossi diventato un grande mercante.
– Sono nato selvaggio e selvaggio resto, ho mani forti e spalle larghe per dissodare i campi. Tieniti i tuoi semi, altri sanno farne miglior uso. Io mangio pane di erica e bevo vino di quercia.
– Che ne è stato del raccolto?
– Ognuno si è presa la sua parte, gli alberi sono spogli e le piante stanno seccando, le mie genti amano ingozzarsi di giustizia e verità, ma non chinano le spalle per coltivarle.
– Ma tu hai insegnato loro?
– Io sono il selvaggio, mangio erica e bevo quercia, so solo dissodare i campi. Sei tu, maestro, che devi insegnare.

E si rimise in cammino, portando nel vento le sue spalle larghe e le sue mani forti. Appese ai fianchi la vecchia sacca di pane di erica e l’otre colmo del vino di quercia.

(*) L’erica è la pianta della solitudine, la quercia la pianta della rabbia.