IL PUNTO DI PINO DE LUCA

Il nome del Rosa che fa grande il Salento nonostante i pregiudizi

Viviamo il tempo dell’informazione, ormai da qualche decennio. Pervasiva e straordinariamente incombente, essa ci perseguita plasmandoci, inducendo sensazioni e sollecitando suggestioni. La bugia cento volte ripetuta diventa verità, costume e regola di comportamento. Primavera inoltrata. In questo angolo di paradiso dell’emisfero boreale, nel quale abbiamo il privilegio di scialare la nostra esistenza, è senza dubbio il mese di maggio. Mese delle Rose e della Madonna. Sottrarsi al maggio è impossibile. Il sole del Salento si fa sentire, le giornate sono infinite e la luce brilla come non mai, onde di terra e di mare oscillano sotto le brezze di questo mese splendente. La rosa quindi, regina dei giardini. Candida, gialla, purpurea, finanche blu e nera. Sempre più raramente rosa come naturalmente sbocciava arrampicandosi fra le spine e la cocciniglia. La nostra ricerca del nuovo, il nostro esercizio del potere conduce anche a nuove cromaticità di un fiore fin quasi a farne scomparire l’originale. Eppure son così belle le rose color di rosa, con il loro profumo tenue e i petali che, verso l’interno, degradano verso il giallino o il bianco. Rosa, fiore di bellezza e di passione poetica e carnale insieme. E chi, se non Saffo, ne poteva cantare le lodi: Perché la rosa, oh, la rosa! è dei fiori pupilla, è rossore dei campi che leggiadri si sanno, è lampo di bellezza e nell’ombracolo ignari trafigge pallidi amanti, nello splendore immoti. Oh, la rosa respira d’amore! Alle rosse labbra di Afrodite, invocata al festino, la coppa solleva, la rosa! Oh! Inanellate per i mortali le dolci foglie, la rosa gode del continuo ondulare dei petali che ridono al vento ridente dell’Ovest! Rosa è fiore ed è colore. Fiore che spunta e colore che s’appunta. Sull’uscio quando una fanciulla sboccia a vita nuova. Azzurro invece è segno di maschietto. Perché poi? La prestigiosa rivista “Current Biology” racconta di una ricerca capeggiata da Anya Hurlbert, ne abbiamo il bel resoconto da Elena Dusi sulla Repubblica del 23 agosto 2007. Risulterebbe che “L’evoluzione potrebbe aver condotto le donne ad amare i colori legati al rosa e al rosso, che segnalano che un frutto è maturo e pronto da cogliere. Anche un uomo dalle guance colorite è probabilmente in buona salute”. Si candida dunque a essere un valido padre. “La cultura – prosegue Hurlbert – non ha fatto altro che sfruttare questa inclinazione naturale.” L’arcano ha radici genetiche, dunque, e come tutte le cose “genetiche” sembra affetto da verità incontrovertibile. La verità genetica non ha tempo, maschi e femmine furono in ogni secolo e dunque: rosa amarono le donne e azzurro i maschi guerrieri. Quante gagliarde sciocchezze riscuotono successo, diventano verità e incontrovertibili certezze scientificamente dimostrate. Purtroppo, o fortunatamente, nel 1918 il “The Ladies Home Journal” scriveva: ”La regola generalmente accettata è il colore rosa per il ragazzo e il blu per la ragazza. Il motivo è che il rosa è più deciso e forte, mentre il blu è più raffinato ed elegante”. Magari fino al 1918 il Dna di uomini e donne era scambiato (sic!). Per amor di verità il cambio si ha dopo il secondo conflitto mondiale. Non ci sono fonti certificate. La più ottimista dice che il rosa entrò a far parte del guardaroba femminile alla fine del 1940. Segno che le donne si affermano nella società e, per incoraggiare il loro ruolo più attivo nel mondo, si pensa che abbiano adottato questo colore. Un segnale precoce del femminismo poi fiorito nel 1960. Altri, più tristi nel cuore, propendono per un atteggiamento omofobico da parte dei maschi. Fu con il famigerato §175 StGB del Codice penale tedesco che, dal 1934 in poi, il reich di Hitler condannava gli omosessuali, come forieri di bestialità, all’internamento nei campi di sterminio e li contrassegnava con il triangolo rosa. Il Reich fu sconfitto ma si diffuse il rosa come segno di poca mascolinità. Di fatto, per una ragione o per l’altra, il rosa ha cambiato sesso. E il pregiudizio rimane, equamente distribuito. Riesce addirittura a espandersi e pervadere anche alcune menti per altri versi efficienti, cristalline e illuminate grazie al proliferare di ignoranza e idiozia. Uno dei luoghi nei quali si è pervicacemente annidato è il mondo enologico: vini bianchi e rossi son noti al mondo, quelli rosa son considerati figli di un dio minore. Ho sentito che vi sono zone dello Stivale nelle quali sono addirittura ostracizzati. Eppure i rosati o rosè sono l’anima salentina, vini dai colori splendenti e dai profumi suadenti, freschi come il chiarore dell’aurora e possenti come le lingue di fuoco del tramonto. Non c’è vino più prezioso di quello “di una notte” che si chiude in bottiglia alla fine del secondo conflitto mondiale con l’etichetta leggendaria “Five Roses” e si manifesta fino al nostro secolo con etichette di levatura altissima. E se Salento e rosato sono un tutt’uno, dove poteva nascere il Cenacolo del Rosato? E dove potevano gareggiare le migliori produzioni se non nel Salento? Di tornei ve n’è più di uno, dai “Rosati in terra di rosati” al Concorso nazionale dei vini rosati d’Italia. Ancora frantumati e divisi, in ordine sparso, non riusciamo a dare al rosa e al rosato il ruolo e il valore che merita. Colori e amori, vini e nomi sotto il medesimo segno. In maggio, mese di luce e di ricordi dolorosi, sui quali lasciammo lacrime, rose e promesse di verità. Affidammo le prime alla Madonna, le promesse di verità ci restano indossate.