Roy Paci

Il birrogastrofonico

Nulla è mai definito quando si ha a discutere con persone intellettualmente ampie, svasate.

Conversare con Roy Paci, di musica e di cucina, sembra una delle cose più banali. E t’accorgi che stai immaginando un futuro. Ma non sei in un sogno, sei in un progetto che ha basi reali e concrete, percorsi rigorosi, mete esigibili.

La prima domanda è ovvia, banale: sette note e tanta musica per tanti secoli. Ad un cultore del suono, colto storicamente e, finalmente anche tecnicamente preparato, non si fa questa domanda.

Infatti, immediatamente, Roy mi pone davanti al mio miserevole antropocentrismo occidentale, come se i codici musicali, anche quando portati a dodici, fossero ovunque uguali. Come se un piccolo pezzetto di umanità, dominante in un piccolo pezzetto di tempo, si rendesse depositaria del verbo anche nella musica, pretendendo di dettarne schemi e paradigmi. Come se i canti indiani o tibetani, africani o samoani fossero altro che armonia. E Roy, con una modestia pari all’arguzia, spiega che non è difficile, basta “aprirsi all’ascolto e smetterla di chiamare rumore un suono semplicemente perché non lo si comprende.”

Ma Roy è anche fine cultore di cibo, di declinazioni gastrofoniche e di sperimentazioni culinarie. Allora attacco su quel lato ed anche lì, la pseudocodifica dei sapori e della loro percezione che un mondo riduzionista e tayloristico ha cercato di fare mostra subito la corda.

Le contaminazioni della cucina, delle cucine, sono sempre esistite ed oggi più che mai sconfinano finanche in territori che dalla cucina sono stati (o sembrati) lontanissimi. Tradimenti di cucine tradizionali, macrobiotica e cucina molecolare, gusti che non son più solo sapori. Diventano saperi e producono gesti, sganciati dall’edonismo della autorappresentazione ma voglia di vivere, di sperimentare e di sperimentarsi. Contaminazione e connubio dove ciascuno porta un po’ di suo a ciascuno, e il cibo e il suono, in quel luogo ed in quel momento diventano energia, vibrazione, capacità di assorbire il mondo e da esso di farsi assorbire.

Siam scivolati nella filosofia, me ne rendo conto e allora provo a tornare sul concreto o presunto tale. La tromba. Opinione comune è che Roy Paci abbia sviluppato del talento per l’ottone.

Falso. Basta ascoltarlo. Roy Paci non ha talento per la Tromba, sono la medesima cosa.

L’ottone squillante è un pezzo vitale del Paci umano, come le gambe per Bolt o il martello per Thor.

Il talento lo trovi altrove. Ad esempio nella capacità di riconoscere il talento altrui, nell’essere in grado di mettere a frutto anni di studio, conoscenze e competenze per dare ad altri la possibilità di esprimersi. Con purezza, contaminandoli e lasciandosi anche contaminare, sapendo che quelle onde sonore che ugole, polmoni, corde e percussioni producono, arrivano lontano, lontanissimo e si fondono per dare all’universo un ordine più piacevole da vivere.

Poi capita che un talento te lo trovi vicino, un talento capace di colorare il mondo con colori diversi dai tuoi, magari più dolce ma non per questo meno potente. E la tua compagna s’appropria dell’ottone e gli fa cantare altri canti, altre musiche nelle quali ti riconosci e ti distingui, che sono tue e altro da te. Grazia assesta il colpo di grazia, altra storia …

Basta Roy, doveva essere una semplice intervista e ritroviamo dentro  la sempre rinviata “ri(e)voluzione delle coscienze”.

Torno un attimo al mio materialismo. Condivido con te l’idea che in cucina non può mancare un cavatappi, perché quando si cucina bisogna sempre bere qualcosa. Ed anche quando ci si accorge che una intervista è diventata un’altra cosa e tu  sei felice lo stesso. Fa caldo, mi rifugio nella freschezza di una Hoegaarden. Io, il cavatappi, me lo porto appeso al collo.